Fondazione Giovanni Dalle Fabbriche: mutualità, solidarietà e condivisione che si fanno mestiere.

Oggi, per la rubrica Storie di Cooperazione, vi proponiamo l’esperienza della Fondazione Giovanni Dalle Fabbriche.

La cooperativa nasce dal desiderio di mantenere vivo il ricordo di Giovanni Dalle Fabbriche e delle sue opere nel settore agricolo e del credito. Un ricordo che, però, vuole essere attivo, propositivo e fecondo: non meri atti celebrativi quindi, ma una costante opera di formazione, orientamento e altro ancora, basata su mutualismo, solidarietà, crescita condivisa e valorizzazione della comunità sociale. 

Adesso, cerchiamo di addentrarci meglio in questa realtà, leggendo direttamente le parole dei Presidente, Everardo Minardi.

Buona lettura!

1. Presentati e racconta brevemente cosa, per te, significa il modello cooperativo: quali opportunità offre e che network è in grado di coinvolgere.

Dopo aver fondato insieme a tanti altri, quasi 33 anni fa, la cooperativa sociale di cultura popolare di Faenza e aver promosso la cooperativa RicercAzione, sono stato chiamato a curare la Fondazione dedicata a Giovanni Dalle Fabbriche: si tratta di una fondazione di cui sono socie le 22 BCC dell’Emilia-Romagna, Federcasse BCC nazionale e regionale ER, Confcooperative ER e altre provinciali, unitamente a cooperative quali Conserve Italia, Agrintesa e tante altre operanti soprattutto in Romagna.

Di mestiere faccio altro: lavoro all’Università, dal momento che il lavoro alla Fondazione è semplicemente gratuito e volontario (per statuto); ma all’Università insegno fin dalle origini nel Master della economia della cooperazione dell’Alma Mater (Muec) e nel Corso di alta formazione (Caf) di economia e gestione del credito cooperativo.

Nella Fondazione, si lavora con un piccolo staff composto dal Vice Presidente Tiziano Conti e dal Segretario Arialdo Pienti; ma abbiamo anche inserito come volontari altri uomini cooperativi, quelli che abbiamo chiamato coo-manager  e che sono dirigenti di imprese cooperative (anche BCC) ormai andati in pensione e che sono disponibili a svolgere funzioni di tutorship nei confronti dei giovani che avviano una nuova impresa cooperativa.

2. La Fondazione Giovanni dalle Fabbriche crede molto nel ruolo della formazione e dell’orientamento, in relazione soprattutto a giovani e realtà rurali. Secondo la vostra esperienza, il modello cooperativo, in questa realtà, raggiunge significativi traguardi in termini di modello organizzativo?

Orientamento, investimento nelle buone idee, fondo di rotazione per lo start up di giovani imprese cooperative (denominato Idee una/tasso zero), offerta di tutorship da parte di uomini esperti di cooperazione (i coo-managers), la messa a disposizione di spazi attrezzati gratuiti fino ad un anno per avviare l’impresa, sono il prodotto del lavoro della Fondazione, sempre costantemente in rete con le BCC di riferimento territoriale e con le strutture provinciali di Confcooperative. Però, l’offerta supera oggi la domanda! Questa è la cosa triste! E’ ancora troppo forte l’dea che se si vuole fare impresa bisogna essere figli di papà, cioè avere patrimonio, disporre di soldi per reclutare lavoratori dipendenti, stare nei canali giusti per arrivare ai mercati. Cioè, bisogna essere individui super, destinati inevitabilmente al successo. Chi va in cooperativa si pensa non abbia personalità e non abbia futuro. In realtà, l’impresa cooperativa nasce dalla prassi consapevole della mutualità e della reciprocità; e la mutualità si forma e si rafforza solo dal fatto che da soli, individualmente, non si va, nelle situazioni di crisi di sistema, da nessuna parte. Ma, oggi, la crisi di sistema è permanente e diffusa. Perciò, la mutualità riprenderà forza e vigore. Lo si vede anche e soprattutto, non solo dalla nascita delle nuove imprese cooperative (in provincia di Forlì/Cesena nel 2012 sono nate e avviate 26 nuove cooperative nei settori più diversi anche quelli avanzati), ma anche dalla capacità di “resilienza” (resistenza ma reazione attiva e costruttiva) che le cooperative manifestano in questi anni nel cuore della crisi economica e sociale in cui l’economia di capitale e la sua finanzia sporca ci hanno pesantemente coinvolti.

3. La vostra cooperativa opera nei settori agricoli e di credito. Potresti raccontarci la situazione delle cooperative di questo genere in Italia? Ci puoi illustrare il valore che assume il microcredito al riguardo?

La Fondazione non opera in settori produttivi specifici, come il settore agricolo o quello del credito, ma sulla dimensione del sociale, dove attori del terzo settore, ma anche istituzioni e amministrazioni locali, si mettono in relazione con il sistema delle imprese cooperative. In questa direzione, la Fondazione cerca di individuare le azioni primarie da sviluppare al fine di rendere quel servizio a cui istituzionalmente è chiamata.

Tre sono i settori su cui oggi la Fondazione opera in prevalenza, anche avvalendosi di convenzioni e contratti con gli enti con cui interagisce e collabora:

I. La promozione dell’intelligenza e della conoscenza come fattore di innovazione e di sviluppo dei sistemi territoriali, sia sul piano economico che sociale. Ciò significa, essenzialmente, che l’impegno della Fondazione, insieme a quello della Bcc di riferimento e delle imprese cooperative interessate, si traduce nella offerta di:

a. Borse di riconoscimento e di premio del merito dei giovani nel loro percorso formativo.

b. Borse di ricerca su temi definiti dall’interesse della Fondazione e dei partner che convergono nel sostegno di tali borse.

c. Borse per la realizzazione di stage in imprese all’estero, nell’ambito del programma Eu Leonardo da Vinci.

II. La realizzazione del progetto sperimentale Labor Coop, attraverso il quale la Fondazione, di intesa con le Centrali cooperative, opera per la sollecitazione dell’attenzione e dell’impegno formativo degli insegnanti delle scuole secondarie superiori sui temi della mutualità e della cooperazione. Affinché queste prospettive prendano corpo nell’apprendimento dei giovani e nel lavoro formativo degli insegnanti, questi temi non diventeranno discipline di studio, bensì sensibilità, orientamento, capacità di costruire relazioni sociali che fanno della mutualità un contenuto specificamente educativo.

III. La promozione e la realizzazione di azioni di aiuto sociale che non si riducono alla assistenza riparativa o di mantenimento dello stato di debolezza e di marginalità in cui si vengono trovare tante persone e famiglie, ma si finalizzino alla promozione sociale, alla emancipazione dal bisogno, all’inclusione sociale tramite la partecipazione, al lavoro, alla attività di impresa autonoma o associata anche in forma cooperativa. Perciò, in questa prospettiva, la Fondazione Dalle Fabbriche ha avviato, con il consenso di FederCasse BCC nazionale e della Fed.BCC ER, l’esperienza del micro credito, che si è voluto definire da subito “etico sociale”. Con questa esperienza si è intenso, in altri termini, qualificare il micro credito non come una operazione bancaria di micro finanza (che bisogno ce ne sarebbe stato se le BCC, da sempre, da quando erano Casse rurali, facevano e fanno esattamente questo?), ma come un azione condivisa e partecipata da diverse entità in direzione dei portatori di bisogno. In altri termini, se la BCC eroga in tempi brevissimi, ciò avviene perché ci sono soggetti istituzionali (gli Uffici Servizi Sociali dei Comuni, le Asp), sociali (le associazioni di volontariato, i centri di ascolto della Caritas, etc.) e imprenditoriali (le cooperative sociali) che, legati da un rapporto convenzionale riconosciuto e pubblico, che diagnosticano il bisogno, indicano le modalità con cui fuoriuscire dallo stesso, svolgono la funzione di tutela nei confronti dei destinatari del micro credito; tutto ciò con l’intervento di garanzia che sul piano economico e sul piano della affidabilità sociale svolge nel caso ravennate imolese la Fondazione Dalle Fabbriche. Nel caso bolognese, tale modello viene riproposto per il supporto alla creazione delle imprese giovanili, anche con l’apporto di un attore economico e sociale, l’associazione Fare lavoro, che fornisce tutela nella istruzione dei casi, nell’accompagnamento dello sviluppo dei progetti e nella garanzia alle erogazioni effettuati dalla Bcc di riferimento.

4.  Infine, se tu fossi il Ministro dello Sviluppo Economico, che misure promuoveresti a favore della cooperazione e perchè.

Certamente bisogna guardare al futuro allorquando si parla di cooperazione, poiché in questa fase di trasformazione della struttura economica e sociale di un paese evoluto come il nostro, assistiamo ormai in maniera evidente nel superamento della dimensione bipolare della economia e della società, per andare in maniera ormai evidente ad una struttura tri-polare della stessa. Se fino a pochi decenni fa, si ragionava solo e soltanto sul rapporto tra economia di capitale ed economia pubblica, spesso evidenziando gli elementi conflittuali da un lato e riformistici dall’altro, oggi, ormai, dobbiamo integrare i due poli con un altro che è cresciuto e si è diffuso in maniera imprevista, con effetti rilevanti sul piano della produzione del reddito e della occupazione: l’economia civile. Ebbene, la cooperazione è uno dei soggetti dell’economia civile, dove la gratuità, la mutualità e la solidarietà non sono debolezze, fattori critici dello sviluppo inteso solo come crescita, ma fattori di empowerment dello sviluppo stesso; con la capacità di produrre effetti che oggi si traducono in benessere ma anche e soprattutto in qualità della vita.

E poi non c’è chi oggi, da buon economista, parla di “economia della felicità”??


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