Innovazione sociale, smart city e modello cooperativo: i primi tre temi discussi con Flaviano Zandonai

Oggi, inauguriamo un nuovo spazio di approfondimento e dibattito su OpenUP!

L’idea è quella di riflettere, attraverso interviste a studiosi ed esperti nel settore, attorno ad alcune tematiche quanto mai attuali nel nostro paese: dall’innovazione sociale alle imprese digitali, dal terzo settore all’economia civile, passando per e-government e molto altro.

Tratteremo questi argomenti tramite la guida di specialisti del settore, attraverso interviste a uomini e donne, oltre che qualificati, anche desiderosi di condividere acquisizioni, nozioni, esperienze e progetti.

Prima adesione quella di Flaviano Zandonai (su Twitter @Editormanque). Brevemente, se pure il suo CV meriterebbe ampio spazio, Zandonai si è laureato in Sociologia e ha lavorato per oltre un decennio nei consorzi della cooperazione sociale italiana. Collabora con il settore comunicazione come content editor per Euricse; è’ segretario di Iris Network, la rete italiana degli istituti di ricerca sull’impresa sociale, ed è blogger per Vita.it.  

Buona lettura!

1. Nel blog Vita.it, hai discusso molto del rapporto fra impresa sociale e startup innovative, sostenendo come questo rapporto vada analizzato non tanto nei convegni, quanto nel reale impatto sul territorio. Ad oggi, su questo tema, che quadro si esplica? Qual è la situazione in Italia e quali le direzioni future?

Il rapporto fra impresa sociale e startup innovative è ancora tutto da determinare perché entrambi gli ecosistemi sono in fase espansiva e si stanno segmentando al loro interno: da un lato, c’è l’impresa sociale declinata in vario modo, dalla cooperazione sociale a forme più emergenti, dall’altro, abbiamo le startup innovative come ambito che si sta affermando e con una dimensione sociale piuttosto evidente. Tuttavia credo che siamo ancora distanti da un reale incontro fra le due parti, sebbene ritengo che le potenzialità ci siano.

Direi, a tal proposito, che bisognerebbe fare dialogare le due realtà, dando loro occasione di interagire e arricchirsi a vicenda. Si potrebbero creare delle attività conoscitive in senso stretto (workshop o seminari) ovvero attività che consentano il confronto fra buone pratiche, ma anche attività di carattere più operativo. L’idea è quella di prevedere delle forme di competizione costruite in modo tale da facilitare l’incontro attraverso la creazione di scambio e collaborazione continua: si potrebbe trattare anche di singole sinergie che si stabiliscono sul territorio (per esempio tramite il network personale, in modo assolutamente informale) fino ad attività portate avanti da agenzie, pubbliche o private, a livello nazionale, se non addirittura internazionale.

2. Tu sottolinei come l’innovazione sociale non debba essere considerata la panacea a tutti i mali della modernità: pratichiamola, è importante, ma con criterio e pertinenza. Quali sono, dunque, le condizioni e le premesse affinché un progetto inerente l’innovazione sociale possa attecchire bene e portare a esiti significativi? Puoi farci un po’ di esempi?

Vorrei premettere che l’innovazione sociale, così come la considero io, è ciclica, quindi esistono cicli di innovazione sociale che si ripetono. Anche 30 anni fa, quando un pezzo del non-profit italiano ha costruito il suo modello di impresa e ha fatto nascere la prima ondata di imprese sociali (soprattutto nella forma delle cooperative lavorando nei sistemi di welfare a stretto contatto con la pubblica amministrazione), abbiamo assistito a un’ondata di innovazione sociale. Pensare che le persone con disagi mentali, piuttosto che stare in strutture chiuse, potessero lavorare, è stata una cosa che noi oggi consideriamo come normale offerta di servizi più o meno standard, ma 30 anni fa fu una vistosa forma di innovazione, una rottura forte anche da un punto di vista della cultura e dei sistemi di finanziamento.

Adesso, probabilmente, siamo di fronte a una nuova ciclicità, incarnata da una nascente generazione di imprenditori con nuove infrastrutture tecnologiche e digitali; credo che, da questo punto di vista, si tratti di trovare le modalità adeguate per far girare bene questo ciclo di innovazione sociale. Penso che l’attuale sfida sia quella di coinvolgere soggetti diversi tra loro, raccogliendo risorse di varia natura per combinarle in vista di nuove attività. Ora, come del resto anche nel passato, è difficile che vi sia una sola realtà organizzativa, una sola impostazione capace di candidarsi come veicolo unico dell’innovazione sociale. È necessario, invece, un coinvolgimento allargato. In breve, più fai rete e più funzioni, quindi lo scopo è quello di unire comunità territoriali, risorse finanziarie, forme di crowdfunding, ecc… altrimenti l’innovazione sociale diviene l’ennesima parola di moda.

3. Un altro argomento di pressante necessità sembra essere quello dell’infrastrutturazione delle reti, al fine di rendere smart una città. In particolare, hai sottolineato come l’impresa sociale giochi un ruolo da protagonista sia a livello di “produzione immateriale” (generando reti di servizi che incidono positivamente sulla qualità di vita e delineando quadri si sviluppo), sia a livello di “produzione materiale” (creando oggetti concreti per l’aggregazione sociale). A tal proposito, secondo te, la forte esperienza cooperativa italiana – che in tempi di crisi ha saputo garantire la tenuta delle reti di servizi e di aggregazione sociale – può essere portatrice di un modello utile anche in chiave smart city? Se sì, come?

Tendenzialmente, potrei dire che tutto il progetto di smart city, secondo me, per divenire reale, ha bisogno di creare una città efficace e intelligente che, realmente, influenzi e migliori i livelli di qualità di vita delle persone; a mio avviso, questo tipo di progetto ha un disperato bisogno di imprenditorialità sociale, in generale di organizzazioni civiche; altrimenti, se queste condizioni non si verificassero, la smart city rischierebbe di trasformarsi in uno sterile contenitore di tecnologie autoreferenziali che non rispondono ai reali bisogni del territorio.

Credo che, oggi, il problema delle smart city non sia solo il trovare risorse e tecnologie che servano potenzialmente a rendere la città più intelligente, piuttosto riuscire a organizzarle e incanalarle in un progetto di sviluppo sociale. Se non si riesce in tutto ciò, c’è il rischio che la smart city diventi una grande vetrina di tecnologie la cui vera funzione di uso ed efficacia è tutta da valutare. Inoltre, le smart city sono anche, in un certo senso, un problema di come il terzo settore si riattualizza. Purtroppo penso che esista ancora una sorta di trade-off fra tecnologia estremamente efficiente e potente, nello sviluppo di infrastrutture di carattere tecnologico, e difficoltà di questa ad accelerare concretamente i processi sociali, forse perché si è ancora abituati a muoversi in un contesto tradizionale offline.

4. Più volte, nei tuoi articoli, citi le imprese digitali. Secondo te, il modello cooperativo è un modello imprenditoriale adatto per la creazione di imprese digitali?

Molte realizzazioni di innovazione sociale, soprattutto quelle di maggior successo, sono gestite attraverso sistemi di governance tradizionali, poco coerenti cioè con i principi di cooperazione e di scambio tra pari che caratterizzano queste iniziative. A tal proposito, forse, riformulerei la domanda dicendo “quanto il modello cooperativo tradizionale ha voglia di investire su questo fronte?” perché – almeno teoricamente – potrebbe certamente giocare un ruolo importante, a patto che sia disposto a ridefinire un po’ le sue caratteristiche, i suoi principi e persino le sue forme giuridiche.

Recentemente allo Skoll World Forum on Social Entrepreneurship – il principale evento mondiale per l’imprenditorialità sociale – hanno presentato un nuovo indice per misurare il progresso sociale con l’obiettivo di stimare quanto di sociale avviene nello sviluppo dei Paesi. Il settore del non-profit, per rimanere in argomento, ha ragionato a lungo attorno a questa tematica e la dimostrazione è che, anche a livello nazionale, sono state lanciate delle ricerche interessanti [vedi il progetto BES dell'ISTAT per misurare il benessere equo e sostenibile del nostro Paese], ma mai con la costanza necessaria da metterle, poi, in atto. Credo, pertanto, che il movimento cooperativo e il terzo settore in generale dovrebbero attivarsi in tal senso e guardare con meno sufficienza a questo nuovo ciclo di innovazione sociale; non basta dire “noi queste cose le abbiamo sempre fatte e le facevamo già 30 anni fa”.

Oggi ci si dovrebbe risintonizzare su questo nuovo ciclo di innovazione sociale e anche sui portatori di interesse di questa realtà che, forse, non sono nati al’interno della cooperativa tradizionale e non sono neppure imbevuti di non-profit nell’accezione comune, ma possono diventare attori fondamentali con cui dialogare e collaborare per definire il nuovo ciclo di innovazione.

 

 

 

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