Economia civile: uno spazio per riconciliare interesse, crescita e reciprocità. L’intervista a Paolo Venturi

La scorsa settimana abbiamo inaugurato un nuovo spazio di approfondimento e dibattito, finalizzato a riflettere insieme su tematiche quanto mai attuali: dall’innovazione sociale alle imprese digitali, dal terzo settore all’economia civile, passando per e-government e molto altro.

Dopo l’intervista a Flaviano Zandonai (qui trovate l’intervista), oggi è la volta di Paolo Venturi (su Twitter @paoloventuri100), Direttore di AICCON – Associazione Italiana per la Promozione della Cultura della Cooperazione e delle Organizzazioni Non Profit (il Centro Studi promosso dall’Università di Bologna, dal movimento cooperativo e da numerose realtà, pubbliche e private, operanti nell’ambito dell’Economia Sociale, con sede presso la Facoltà di Economia di Forlì). Collabora a molti progetti interessandosi di tematiche quali l’economia civile, il non-profit, la cooperazione, il fund raising ed altri ancora. Scrive per Vita.it e IdeaTre60.

Vi lasciamo all’intervista… Buona lettura!

1.   Aiccon - Associazione per la Promozione della Cultura della Cooperazione e delle Organizzazioni Non Profit – di cui tu sei Direttore, insiste molto sull’importanza dell’Economia Civile, un modello che mira a superare la consueta dicotomia Stato – Mercato [alla base del modello economico classico], aggiungendo un terzo fattore, ovvero la società civile. Potresti, gentilmente, spiegarci meglio il concetto di economia civile, quindi la sua genesi, i suoi sviluppi e le sue concrete realizzazioni?

L’espressione Economia Civile è, da qualche tempo, entrata nel dibattito scientifico, spesso con un significato non molto chiaro: alcuni la identificano tout court con l’economia sociale, altri la considerano una mera forma di economia politica.

In realtà, per comprendere meglio cosa si intende per economia civile, è necessario porre l’accento sulle relazioni interpersonali che, ormai, non possono più restare fuori dal “nucleo duro” della ricerca economica. Inoltre, è indispensabile valorizzare il concetto di reciprocità [termine da intendere nella sua accezione proveniente dal latino rectus – procus – cum, ovvero ciò che va e torna vicendevolmente].

Fatta questa premessa, diviene dunque necessario recuperare il senso intrinseco del co-operare: dopo una fase di economia basata solo sull’espansione (indipendentemente dal modo in cui questa veniva alimentata), dopo il “fallimento” del mercato e l’impossibilità strutturale di realizzare politiche pubbliche efficaci a causa di risorse sempre minori, oggi occorre riscoprire il co-operare come capacità di tenere insieme strumenti e fini di una prospettiva. Infatti, la risposta all’attuale crisi generale non può più muovere da una visione di società che si fonda sul classico dualismo Stato-mercato, bensì va integrato un terzo attore: la società civile, una società capace sia di farsi “Stato” nel perseguire obiettivi di pubblica utilità e sia di farsi “Mercato” costruendo una nuova domanda ed offerta di beni e servizi.

Economia Civile come “spazio”, dunque, per riconciliare interesse, crescita e reciprocità a vantaggio del bene comune tramite l’utilità sociale e la dimensione economica.

Concludendo, bisogna riscoprire ed enfatizzare la dimensione sociale dentro al mercato, non come costo bensì come investimento.

2.  Nel settore dell’innovazione sociale, ma non solo, che ruolo gioca la creazione di un network di professionisti che condivide idee, esperienze e progetti? In questo quadro, il network digitale pensi sia strategico? Il modello cooperativo ben si adatta a questi strumenti?

I rapporti fra innovazione sociale, digitale e cooperazione si presentano come categoria d’indagine innovativa ed urgente.

Ritengo che la costruzione di un network sia un tema da approfondire al fine di avvicinare le nuove generazioni a modelli di imprenditoria collettiva, in particolare a quella cooperativa.

Vorrei aprire una parentesi per sottolineare come l’imprenditoria sociale [il cui principale obiettivo è quello di trovare soluzioni innovative a problemi sociali irrisolti per migliorare la qualità della vita attraverso la promozione di cambiamenti sociali] si presenti proprio come “soggetto collettivo”; infatti, limprese sociali italiane nascono in massima parte da un gruppo di persone che ha condiviso ideali, sogni e progetti comuni.

Le ricerche ci dicono che le dinamiche relazionali rappresentano, oltre che un elemento fondativo dell’imprenditorialità sociale, anche un driver di innovazione sociale.

Leggere l’innovazione dentro questo modello di impresa significa, quindi, assumere una visione olistica dei valori che la compongono: una visione capace di tenere insieme il  valore d’uso, che esprime il grado di utilità oggettiva di un bene o di servizio; il valore di scambio, che indica l’equivalente monetario rappresentato sul mercato dall’incontro tra domanda e offerta, e il valore di legame, che indica il “peso” delle relazioni esistenti tra due o più persone. Inoltre, l’innovazione sociale può manifestarsi laddove esistono motivazioni intrinseche e relazioni con le organizzazioni civili e cooperative; possiamo dire che il civile è una cellula staminale per produrre innovazione sociale.

Una delle figure giuridiche che concorrono all’affermazione e alla diffusione dell’economia sociale è quella della cooperativa sociale. In tempi recenti, in particolar modo per far fronte alla crisi, la cooperazione sociale ha dato prova di essere caratterizzata da forte resilienza ovvero ha dimostrato un’attitudine a reagire ed adattarsi agli urti del sistema finanziario mantenendo i livelli di occupazione e di liquidità. Il modello cooperativo non massimizza il solo profitto, bensì il lavoro, così, in periodi difficili, manifesta una maggiore resilienza sui territori.

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